Orange Fiber – come nasce una start-up innovativa

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Parliamo di imprenditorialità femminile con Enrica Arena, cofondatrice di Orange Fiber, startup che sviluppa tessili innovativi partendo dai sottoprodotti della produzione di agrumi. Enrica, dopo diverse esperienze di project management e di comunicazione nel settore no profit, ha deciso di portare in Orange Fiber la sua passione per l’imprenditoria e la sostenibilità. La start up, avviata nell’inizio del 2014 con li supporto dei fondi FESR 1/2013 – Seed Money Regione Trentino, ha già ottenuto riconoscimenti prestigiosi (TIM #WCAP Accelerator, Change Makers for EXPO 2015, StartCup milanolombardia, Confindustria-Adottup solo per citarne alcuni), e ha ormai guadagnato una visibilità nazionale che lega indissolubilmente al nome dell’azienda il progetto di creare un nuovo tessuto usando la buccia delle arance.

Vuoi raccontarci qualcosa della nascita di Orange Fiber?

Orange Fiber nasce dalla tesi di Adriana Santanocito, ideatrice e co-fondatrice, scritta nel 2011. Con questa tesi Adriana ha dimostrato teoricamente la fattibilità del processo di trasformazione degli scarti della produzione degli agrumi – ovvero tutto quello che resta dopo il processo di spremitura – in filati e tessuti. Questi scarti, prima del brevetto di Orange Fiber erano unicamente destinati allo smaltimento o al compostaggio per ottenere biomasse da cui produrre energie rinnovabili, o alla mangimistica animale.

Dopo aver depositato la domanda di brevetto con il Politecnico di Milano abbiamo cominciato a partecipare a competizioni per start up, inizialmente nella zona di Milano. Abbiamo costituito un primo team di lavoro e abbiamo deciso di trasformare questa idea in un vero e proprio progetto imprenditoriale.

Adriana mi ha coinvolto in un primo momento per seguire principalmente gli aspetti legati alla comunicazione e alle lingue straniere. Nel tempo abbiamo consolidato la nostra collaborazione, e abbiamo costituito la start up Orange Fiber nel febbraio 2014.

Quali sono i fattori che vi hanno spinto verso la decisione di mettervi in proprio? Da che percorsi provenite tu e Adriana e come avete deciso di avviare un percorso imprenditoriale?

Io ho studiato comunicazione e lingue all’Università di Milano, mi sono specializzata in Cooperazione Internazionale e ho avuto diverse esperienze di collaborazione nel settore no-profit piuttosto che in alcune organizzazioni internazionali. All’inizio di questa avventura stavo lavorando per una fondazione che si occupa di minori in difficoltà a Milano. Adriana ha studiato moda e design all’AFOL Moda di Milano, e quando ha iniziato il suo progetto di tesi era impegnata in tirocini estivi presso diversi uffici stile a Milano. è proprio in questo periodo che ci siamo conosciute, eravamo coinquiline nello stesso appartamento.

Entrambe stavamo facendo delle esperienze di lavoro, ma nessuna delle due era particolarmente soddisfatta, soprattutto delle possibilità di carriera che i nostri percorsi ci offrivano. Inizialmente, la nostra idea era quella di depositare un brevetto che avremmo poi venduto o sviluppato insieme ad un’azienda tessile. Non propriamente un percorso imprenditoriale, quindi.

Adriana era mossa principalmente da una forte voglia di innovare il mondo della moda, non attraverso il design in cui è stato detto quasi tutto e le tendenze vengono riscoperte ciclicamente per mancanza di nuove idee, ma attraverso qualcosa di unico, un nuovo materiale.

Le prime aziende tessili con cui abbiamo parlato erano affascinate dal nostro progetto, ma non abbiamo ottenuto molto, oltre a generiche manifestazioni di interesse. Già dopo le prime riunioni di presentazione, ci diventava sempre più chiaro come la ricerca di un’azienda partner per sviluppare il nostro progetto non avrebbe avuto alcuno sbocco. Quello che proponevamo noi era un processo produttivo complesso e ancora sperimentale, e nessuno dei colloqui con le aziende tessili che abbiamo avuto in quel periodo si è concluso con una reale collaborazione.

È proprio in quel periodo che, giorno dopo giorno, ci convincevamo di come fosse necessario fare un passo in più, e ci siamo decise a muoverci da sole per creare la nostra start up.

Quali sono i fattori che vi hanno spinto verso la decisione di mettervi in proprio? Da che percorsi provenite tu e Adriana e come avete deciso di avviare un percorso imprenditoriale?

Io ho studiato comunicazione e lingue all’Università di Milano, mi sono specializzata in Cooperazione Internazionale e ho avuto diverse esperienze di collaborazione nel settore no-profit piuttosto che in alcune organizzazioni internazionali. All’inizio di questa avventura stavo lavorando per una fondazione che si occupa di minori in difficoltà a Milano. Adriana ha studiato moda e design all’AFOL Moda di Milano, e quando ha iniziato il suo progetto di tesi era impegnata in tirocini estivi presso diversi uffici stile a Milano. è proprio in questo periodo che ci siamo conosciute, eravamo coinquiline nello stesso appartamento.

Entrambe stavamo facendo delle esperienze di lavoro, ma nessuna delle due era particolarmente soddisfatta, soprattutto delle possibilità di carriera che i nostri percorsi ci offrivano. Inizialmente, la nostra idea era quella di depositare un brevetto che avremmo poi venduto o sviluppato insieme ad un’azienda tessile. Non propriamente un percorso imprenditoriale, quindi.

Adriana era mossa principalmente da una forte voglia di innovare il mondo della moda, non attraverso il design in cui è stato detto quasi tutto e le tendenze vengono riscoperte ciclicamente per mancanza di nuove idee, ma attraverso qualcosa di unico, un nuovo materiale.

Le prime aziende tessili con cui abbiamo parlato erano affascinate dal nostro progetto, ma non abbiamo ottenuto molto, oltre a generiche manifestazioni di interesse. Già dopo le prime riunioni di presentazione, ci diventava sempre più chiaro come la ricerca di un’azienda partner per sviluppare il nostro progetto non avrebbe avuto alcuno sbocco. Quello che proponevamo noi era un processo produttivo complesso e ancora sperimentale, e nessuno dei colloqui con le aziende tessili che abbiamo avuto in quel periodo si è concluso con una reale collaborazione.

È proprio in quel periodo che, giorno dopo giorno, ci convincevamo di come fosse necessario fare un passo in più, e ci siamo decise a muoverci da sole per creare la nostra start up.

Partendo dal tuo vissuto e dalla tua esperienza con Orange Fiber, ha senso parlare di imprenditorialità femminile? Credete che per l’avvio della vostra start up sarebbe stato differente essere imprenditrici o imprenditori?

Inevitabilmente, il nostro team di lavoro e la nostra compagine societaria è composta sia da uomini che da donne. In alcuni casi è una scelta precisa quella di lavorare con dei team misti. Sicuramente, all’inizio il nostro team aveva alcune caratteristiche ben marcate: la capacità di essere molto flessibili e di gettare il cuore oltre l’ostacolo, la capacità di riconoscere che alcune competenze non c’erano all’interno del nostro team e andavano ricercate all’esterno. E, soprattutto, la capacità di presentarci con ogni nostro interlocutore con grande umiltà e dicendo chiaramente: “Abbiamo bisogno di questo, facciamolo insieme”. Abbiamo sempre avuto una visione chiara del percorso che intendevamo seguire, ma senza mai imporla sugli altri.

Non so quanto queste siano caratteristiche prettamente femminili, ma sicuramente hanno fatto la storia del nostro progetto.

Quali sono stati i principali ostacoli nella fase di avvio della vostra impresa? Quali i nodi più complessi da affrontare?

Dai nostri primi passi fino ad oggi l’elemento più complesso del nostro progetto è quello di trovare capitali. Al di là delle questioni burocratiche, al di là di tutti gli adempimenti necessari per l’avvio di una srl innovativa, il vero nodo cruciale è quello di reperire fondi sufficienti per mantenere in vita e far progredire il nostro progetto.

C’è sempre stata una buona attenzione mediatica sul nostro progetto, grazie alla quale abbiamo sempre ricevuto ottimi feedback dai nostri interlocutori sul nostro brevetto e sui nostri primi prototipi. Non ci sono mai mancati mai né supporto né incoraggiamento, ma abbiamo verificato direttamente come ci sia un enorme scollamento tra quanto le persone dichiaravano e quanto fossero poi concretamente disposte a investire o intervenire.

Ovviamente questo discorso non vale per tutti: è proprio la rete di relazioni e di fiducia che abbiamo costruito che ci ha permesso poi di raccogliere fondi sia privati che pubblici. Abbiamo avuto tre business angels, che hanno investito sia direttamente con capitali che attraverso work for equity, e hanno contribuito alla costituzione della società.

Dal tuo racconto sembra che sia proprio il network di relazioni e di fiducia che avete saputo costruire a dare una spinta propulsiva al vostro progetto. Servono competenze e conoscenze, ancora prima che fondi?

Quello che non avremo potuto comprare con nessun tipo di investimento è il capitale umano, quella rete di persone che per curiosità, interesse, amicizia, o semplicemente voglia di supportare lo spirito di imprenditorialità si è raccolta intorno al progetto e che ancora oggi ci permette di pensare a nuove mete e nuovi obiettivi. Dal nostro avvocato, ai nostri consulenti tessili, all’ingegnere chimico… sono tutte persone che prima ancora di diventare soci o collaboratori di Orange Fiber erano fan del progetto. Hanno investito nel nostro progetto con le loro competenze e conoscenze già mentre compivamo i nostri primi passi, e non hanno mai avuto timore di dirci apertamente quali fossero gli ostacoli e i punti deboli nella sua realizzazione.

La continua evoluzione del nostro progetto, nonché i primi incontri con aziende tessili e potenziali investitori, sono stati resi possibili proprio dall’impegno e dalle conoscenze di chi ha creduto in noi nelle prime fasi.

Oggi Orange Fiber è una start up innovativa decisamente conosciuta in Italia, e con un progetto industriale ben riconoscibile. Quali sono i principali ostacoli che state incontrando in questa fase di sviluppo?

La necessità di fondi è per noi una costante. Stiamo avviando una nuova campagna di apertura di capitale e siamo alla ricerca di fondi pubblici e privati. Sicuramente avere la liquidità per sostenere la ricerca e lo sviluppo, e poterla avere in tempi veloci, è fondamentale.

L’altro ostacolo che affrontiamo regolarmente è quello della ricerca di informazioni puntuali su cosa è disponibile. Sia che cerchiamo impianti industriali con cui collaborare, sia che cerchiamo persone con particolari competenze, sia che cerchiamo di attivare dei contatti con potenziali partner. La ricerca di informazioni e dati è sempre un processo complesso e faticoso.

Un ultimo problema è legato alla filiera produttiva dei nostri prodotti, che per buona parte non è in Italia. Nel settore tessile c’è un segmento del processo produttivo che non è quasi più presente in Italia.

Un’impresa internazionalizzata sia per necessità che per scelta?

Sì. In questa fase una parte del nostro processo viene svolta in Spagna, sia perché non esistono alternative in Italia sia perché abbiamo trovato un partner di progetto molto disponibile. Sicuramente, però, questo impatta molto sia sulla logistica che su costi e tempi della produzione.

Uno dei punti focali del progetto DIGIFEM è quello della creazione di una rete di mentor che possa sostenere delle potenziali giovani imprenditrici in tutta Europa. C’è qualcosa che ti sentiresti, così in prima battuta, di consigliare a una ragazza che intende intraprendere un percorso di questo tipo?

Quello che per noi ha fatto veramente la differenza, nelle primissime fasi, è stato l’essere inserite in un ecosistema di relazioni come quello di Milano, in cui si stava muovendo molto sul tema della nuova imprenditoria. La possibilità di ricevere stimoli, di partecipare a gare e ricevere premi, la possibilità di incontrare mentor che possano orientarti, è fondamentale.

È poi fondamentale avere qualcuno che possa consigliare su quale forma societaria avviare, su come muoversi da un punto di vista amministrativo e fiscale. In questo senso è importante, ancora prima di un commercialista di fiducia, la possibilità di rivolgersi a degli sportelli di orientamento che possano dare una risposta ad alcune domande di base: quante tasse dovrò pagare anche se non ho ancora capitale? cosa succede alla mia posizione lavorativa se apro una compagnia?

Queste risposte sono fondamentali proprio perché consentono di togliere un velo a quel mucchio di paure, alcune purtroppo fondate, che si hanno quando si sta per decidere di aprire una propria impresa. Il sistema territoriale da questo punto di vista è fondamentale: dagli acceleratori di impresa, agli sportelli delle associazioni di rappresentanza delle imprese, ai premi provinciali e regionali.

L’ecosistema territoriale, per i servizi che offre e per le persone che ti consente di incontrare, fornisce molti degli elementi necessari per prendere decisioni sull’avvio di un’impresa: è proprio attraverso gli strumenti che offre questo sistema che si traggono gli elementi sufficienti per decidere se avviare un percorso di auto imprenditorialità o se è ancora necessario procedere ulteriormente con ricerche e sperimentazioni prima di lanciarsi.

C’è invece qualche errore, o qualche scelta sbagliata, che consiglieresti di non fare ad una ragazza che intende avviare un’impresa?

La scelta veramente cruciale è quella delle persone. Sia i componenti del team, sia le persone di cui si seguono i consigli. Noi siamo state veramente fortunate e abbiamo trovato persone splendide ad affiancarci, ma ci è capitato molto spesso di incontrare interlocutori che ci facevano proposte non esattamente convenienti per il futuro della nostra azienda. Nei momenti in cui avevamo più bisogno di fondi, abbiamo incontrato chi ci proponeva cifre irrisorie per partecipazioni aziendali veramente importanti.

Bisogna sempre avere una rete di back-up, una rete di persone fidate con cui potersi confrontare. è importante che questa rete abbia una visione positiva di quello che può essere il futuro del progetto, che sappia consigliarti di conseguenza, che possa incitarti a tenere duro, e addirittura che per primi possa fare fronte comune alle difficoltà che incontri diventando tuoi soci.

L’ecosistema territoriale, per i servizi che offre e per le persone che ti consente di incontrare, fornisce molti degli elementi necessari per prendere decisioni sull’avvio di un’impresa: è proprio attraverso gli strumenti che offre questo sistema che si traggono gli elementi sufficienti per decidere se avviare un percorso di auto imprenditorialità o se è ancora necessario procedere ulteriormente con ricerche e sperimentazioni prima di lanciarsi.

Quali sono le competenze sviluppate attraverso il vostro percorso imprenditoriale che più vi sarebbero state utili già nelle prime fasi? E, più in generale, su quali elementi è più sensato fornire dei servizi formativi a giovani donne che intendono avviare un’impresa?

Dal punto di vista pratico, sicuramente la stesura di un business plan. Molti dei dati che ci servivano per strutturarlo potevano essere ottenuti solo a pagamento. La capacità di analizzare questi dati, di trasferirli in un prospetto di business, richiede delle competenze specifiche che non sono alla portata di tutti.

Per noi sono state fondamentali le competenze linguistiche. Fortunatamente è un tipo di conoscenze che avevamo già all’interno del team, senza le quali non avremmo potuto raccontare il nostro progetto al di fuori dell’Italia e ricevere dei feedback qualificati.

Sicuramente una delle chiavi di successo del nostro progetto è legata alle tecniche di comunicazione e alle soft skills che vi sottostanno. Spesso non basta avere una buona idea e bisogna avere la capacità di veicolarla, di raccontarla perché questa esista. Noi abbiamo un tema di proprietà intellettuale regolarmente depositato, ma probabilmente la più grande forza a difesa di questo brevetto è il fatto che il progetto di produrre tessuti dagli scarti della produzione di arance venga associato ai nostri volti, almeno in Italia.

E, ovviamente, il nostro percorso sarebbe stato molto più semplice se avessimo avuto già nel nostro team tutte quelle competenze amministrative che consentono di affrontare gli adempimenti burocratici senza assorbire per questi processi una parte così grande del lavoro in azienda.

Dal tuo racconto si percepisce l’enorme passione per il tuo lavoro e per la crescita del tuo progetto. Una grande motivazione che ha fatto da motore al continuo impegno che richiede un’impresa innovativa. C’è un messaggio che vuoi lanciare in conclusione per trasmetterne una parte?

Il messaggio che mi sento di lanciare è: credeteci un po’ di più!

Da sola, senza Adriana (Santanocito), non avrei mai affrontato un progetto di questa complessità proprio perché non sentivo di avere le capacità per farlo. Non avendo il totale controllo, e la totale comprensione, del processo avevo sempre la sensazione di dovermi fermare ad approfondire prima di fare qualsiasi passo. Solo gradualmente ho compreso che per avviare un’impresa è necessario cominciare a muoversi, certo con cognizione di causa, e acquistare certezze e competenze mentre si fanno le cose.

Non so quanto questa sia una caratteristica femminile o meno, ma ho spesso vissuto il timore di sentirmi impreparata ad affrontare determinate scelte.

Per questo, se c’è un messaggio che voglio trasmettere, è che questo timore può diventare una spinta propulsiva. È grazie a questo timore che ho studiato anche più del necessario per arrivare preparata a determinati incontri. Quando si trova la chiave giusta per gestirla positivamente l’insicurezza può diventare un punto di forza, uno stimolo a fare di più.

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